Socio onorario Giovanna Tatò

 

Al lavoro sulla deontologia professionale in una riunione a Roma del Consiglio Nazionale dei Giornalisti

Il tempo corre veloce. Si avvolge su se stesso, gira come una spirale, si arrotola, si srotola e si arrotola di nuovo. Difficile fermarlo.

Poco più che ventenne, studentessa universitaria squattrinata, riuscii a lavorare nel giornale della città. Venezia, bellissima, un sogno di merletti contro il cielo azzurro sulla laguna, silenziosa e affascinante. Mi aveva aiutato mio nonno Francesco Tatò. In linea paterna avevo in famiglia principalmente giornalisti: mio nonno, decano della stampa parlamentare, mio padre Antonio Tatò (ma preferiva farsi chiamare Tonino e quasi sempre così si firmava) che sarebbe stato scelto da Enrico Berlinguer come capo ufficio stampa del partito e suo braccio destro. In base alle tradizioni di famiglia, come primogenita ero designata: e, soprattutto, avevo facilità e capacità di scrittura.

 

A “Il Gazzettino” di Venezia ero apprendista, facevo piccole cose per imparare ad essere giornalista. Un giorno seppi che sulla laguna viveva uno dei principali poeti del ‘900, Ezra Pound. Controverso, amato e odiato, internato in un manicomio criminale, sostenitore del fascismo e antisemita ma, poi, ad Allen Ginsberg disse che quella scelta era stata una cosa molto stupida. All’epoca, conoscevo poco le sue opere, conoscevo meglio Allen Ginsberg e Jack Kerouac, ma amavo le sue straordinarie poesie su Venezia. I suoi “Cantos”, iniziati a scrivere in Italia, avevano inchiodato e stregato più di una generazione. Lo rintracciai e mi concesse l’intervista.

Ci incontrammo all’aperto, in un bar. Non volle consumare nulla. Seduto davanti ad un tavolino vuoto, parlava a voce bassa, i suoi occhi erano profondi e un po’ lontani. Si aprì, fu una conversazione a tutto campo. Il giornale ne fu impressionato e dedicò all’incontro tutta la terza pagina. Per me fu una gran sorpresa: sulla terza pagina, quella della letteratura con la L maiuscola, il lavoro di una principiante! Ormai, è stata abolita ma allora era un mito per un giornalista, scriverci era un approdo e un rito dedicarsi alla sua lettura.

Poco tempo dopo, sorpresi di nuovo tutti con un’altra intervista a tutto campo, questa volta ad un famoso mercante d’arte svizzero.

 

E intanto continuavo a fare piccole cose. Mi chiesero una rubrichetta sugli arrivi dei personaggi famosi in città.

Mi organizzai con il portiere di uno dei più grandi e ricercati alberghi e così seppi che era arrivato Luchino Visconti. La sua fama di regista innovatore e la sua storia di nobile “impegnato” aveva varcato i confini nazionali. Insieme a lui, Romy Schneider. Andai a curiosare ma Visconti, il viso severo segnato da quelle grosse sopracciglia, si rifiutò di fare una vera intervista: mi disse solo che era lì per il sopralluogo di un film con Romy Schneider. Il titolo provvisorio era Il Vicario – inteso come “vicario di Cristo”, un titolo che l’attuale Papa ha fatto scivolare in secondo piano – e si incentrava sulla Curia romana, un tema che avremmo ritrovato in un altro nume del cinema italiano, Federico Fellini. Il progetto di Visconti non andò in porto. Rimasi incantata da Romy Schneider. Non parlava molto. Seguiva Visconti passo passo e sorrideva con tutta se stessa, con gli occhi azzurri come un lago di montagna, con la pelle di porcellana, con le labbra. Era davvero bella: piccola e splendida, un profilo di finezza aristocratica, i capelli dorati, una puppelé, una bambolina adorabile, come la chiamava Alain Delon al tempo del loro grande amore.

Arrivarono un giorno anche le gemelle Alice ed Ellen Kessler: alte, statuarie, gambe lunghissime, il viso molto più bello di come appariva in televisione. Foto. Capii il loro successo.

 

Le mie notiziole piacevano ma io volevo qualcosa di più. Presto quella stagione finì. Trovai lavoro a Milano, all’ufficio stampa della Casa Editrice Rizzoli. Sul prestigioso Corriere della Sera recensivo i libri appena pubblicati ai quali l’editore teneva di più. E ancora una volta sulla nobile scomparsa, la Terza Pagina. Piccole critiche letterarie ma funzionavano. Mi veniva dato lo spazio dell’ormai estinto elzeviro, una eccezione per una sconosciuta o quasi.

Entrai in contatto con i salotti letterari della città. Una sera, mi ritrovai in un bell’appartamento in centro per un aperitivo. Mi indicarono una signora elegante, riservata, che sedeva solitaria su un divano. Era Giulia Maria Crespi, la proprietaria del Corriere della Sera. Lì per lì presi la sua riservatezza per altezzosità, ma poi nel corso della serata scoprii che era proprio di indole riservata. Ma anche autoritaria, a conferma della sua fama. In quella stessa occasione conobbi anche uno studente che stava diventando famoso come leader della contestazione studentesca: Mario Capanna. Taciturno e faccia tirata, bicchiere in mano. Lo rividi in facoltà qualche giorno dopo, all’Università Statale degli Studi, con il suo eskimo, seduto su dei gradini mentre parlava contornato da altri studenti.

Erano anni di grande fermento. L’Europa era percorsa da un brivido, uno scontro generazionale violento da ambo le parti. Da Parigi, Daniel Cohn-Bendit conosciuto come Dany le rouge, elfo dai capelli rossi e futuro leader dei Verdi, l’onda del maggio ’68 si era espansa fino a noi ed era arrivata anche in Germania dove aveva trovato Rudy Dutschke, Rudy il rosso. Nascevano i movimenti studenteschi, la rivolta dei giovani contro “il sistema”, la mitica alleanza con la classe operaia, l’utopia della “fantasia al potere” e della voglia rabbiosa di un cambiamento radicale e immediato.  Le manifestazioni di piazza erano all’ordine del giorno. Gli scontri con la polizia, continui. Gli arresti, i feriti, a volte un morto. Un paio di volte ho partecipato ma la violenza di quei momenti mi respingeva. Si stavano preparando gli anni di piombo e la strategia della tensione, il Terrorismo Rosso e il Terrorismo Nero. Ma non solo in Italia. La seconda metà degli anni ’70 vide svilupparsi il terrorismo in diversi Paesi europei.

Non conoscevo bene le usanze di Milano e, in più, non ero molto interessata ad esse. Una sera di dicembre dovevo raggiungere a piedi una strada del centro. Dovevo passare per Piazza della Scala ma mi trovai bloccata da diverse transenne. Stava succedendo qualcosa. Vedevo da lontano molte luci. Riuscii a dribblare qualche transenna e mi ritrovai davanti ad uno spettacolo sconcertante: una massa di eskimo urlanti e agitati che lanciavano oggetti contro una sfilata di signori e signore vestiti lussuosamente che scendevano da macchine scintillanti e si avviavano all’entrata del Teatro. Era il 7 dicembre, la passerella delle autorità e delle persone famose all’apertura di stagione di uno dei più prestigiosi teatri mondiali. La contestazione li aveva presi a bersaglio. Fu uno dei momenti violenti di una lunga serie.

 

All’aperitivo di quel salotto letterario, un signore dai modi galanti e l’aria gentile mi invitò ad una festa che si sarebbe svolta qualche giorno dopo. Ero curiosa di conoscere l’ambiente che mi circondava e accettai. Mi venne a prendere con l’autista e arrivammo alla sua villa di Segrate. Appena entrati nel salone si fece silenzio e tutti guardavano l’entrata: vidi molte persone e alcune intorno a un giovane alla chitarra, un ciuffo di capelli castani gli scendeva di lato sugli occhi. Il menestrello mi guardò con un sorriso e poi riprese a suonare. La sua voce era suggestiva e sensuale, leggermente nasale, i suoi versi una novità assoluta nella musica leggera italiana, il suo volto mi sarebbe divenuto familiare. Era Fabrizio De Andrè.

 

All’ufficio stampa della Rizzoli c’era fermento, si stava preparando un evento: la presentazione del secondo libro del calciatore più famoso del momento, Gianni Rivera. Il Golden Boy del calcio italiano, l’idolo degli stadi, era simpatico, bello e spiritoso seppure piuttosto minuto rispetto ai calciatori di oggi. C’era allegria e vitalità a quella presentazione, persino lo stato maggiore della Casa Editrice era meno impettito del solito e quando un anno più tardi lo rividi in televisione ai mondiali nella partita più famosa di tutti i tempi, la “partita del secolo”, con la serie mozzafiato dei rigori e la serpeggiante rivalità non solo fra due squadre  ma fra due popoli, la storica “Italia-Germania 4 a 3”, per un momento amai il calcio.

Intanto scrivevo racconti e poesie, inarrestabile flusso. Tutto nel cassetto. Nei rari momenti di pausa dal lavoro riprendevo ad occuparmi anche del mio argomento preferito: i testi sacri antichi.

 

Tornata a Roma, ebbi finalmente il mio primo contratto stabile come praticante giornalista. Agenzia Giornalistica Italia, la seconda più importante dopo la prima in assoluto, l’ANSA

Sulla Costa Azzurra, al mare fuori stagione, il mio preferito, invacanza-premio appena superati anni di gavetta e l’esame di idoneità all’iscrizione all’Albo dei Giornalisti Professionisti

I giornalisti delle agenzie non firmano con il proprio nome ma con delle sigle però i loro “pezzi” possono andare contemporaneamente su più giornali. Andavo alla scoperta ogni giorno su quanti giornali finivano i miei lavori. Una volta uno finì in grande rilievo sul quotidiano più importante del momento, il Corriere della Sera: era su Ustica, la caduta in mare del DC-9 dell’Itavia. Ero riuscita ad intervistare il proprietario della compagnia aerea, Aldo Davanzali, e le sue dichiarazioni controcorrente suscitarono molto scalpore. Il direttore mi convocò per congratularsi. Ero appena rientrata in sede dopo un distacco di tre anni alla Questura Centrale di Roma.

Ogni giorno succedeva qualche fatto violento di grande importanza: incidenti di piazza, attentati, sequestri e i cosiddetti “espropri proletari”. Correvo continuamente nella sala stampa della Questura Centrale di Roma per seguire non solo quanto accadeva ma gli sviluppi di ogni singolo evento. La Polizia faceva conferenze stampa a distanza di 24 ore. Nello spostarmi perdevo minuti preziosi: data per scontata la veridicità, il prestigio di un’agenzia si basa sulla tempestività delle notizie. La Direzione decise di distaccarmi lì e mi accreditò: ogni mattina non andavo più in redazione ma direttamente nella sala stampa della Questura dove avevo trovato già i colleghi di alcuni giornali e delle altre agenzie e dove altri ogni giorno si aggiungevano. Non c’erano più orari, pause, nulla. Molto spesso, con un evento in sviluppo, facevamo le ore piccole. Trasmettevo in Agenzia le notizie appena arrivate, in gara con tutti gli altri colleghi. Ricordo in particolare l’inseguimento spettacolare e la cattura di due esponenti dei Nuclei Armati Proletari, Franca Maria Salerno e Maria Pia Vianale. Lo scontro a fuoco aveva lasciato a terra un altro militante nappista che era con loro. Appena venni a sapere della cosa, mi precipitai sul luogo della cattura e trovai ancora alcuni carabinieri a cui chiesi i particolari.

Le Brigate Rosse e le altre formazioni che si ispiravano a loro erano il chiodo fisso di noi giornalisti: chi erano veramente, dove si nascondevano, c’era l’ipotesi che venissero manovrate e su chi fossero i manovratori tutti si sbizzarrivano. Ma le teorie erano solo veli nel vento: si sfacevano e rifacevano ad ogni colpo di corrente.

E venne la mattina fatidica del massacro di via Fani, il sequestro di Aldo Moro. Furono 55 giorni di suspence, di false notizie, di corse inutili in questo e in quel luogo segnalato come “prigione”, di rincorsa dei vari “comunicati” dei brigatisti. Una tensione continua ma nulla. I politici si spaccarono, il Papa scrisse una lettera alle BR. Finché ci ritrovammo tutti impietriti a via Caetani davanti ad un cadavere semi-rannicchiato in una Renault 4 rossa aperta, simbolicamente ferma a metà strada fra Via delle Botteghe Oscure, sede del Partito Comunista, e Via del Gesù, sede della Democrazia Cristiana: i due partiti del nuovo “compromesso storico” al quale Aldo Moro aveva lavorato con Enrico Berlinguer tessendo e ritessendo una tela politica finissima. La storia politica italiana cambiava corso. Per vicende familiari legate alla politica e non al giornalismo avevo visto nascere e muoversi quel progetto politico, conoscevo da tempo Enrico Berlinguer e la sua straordinaria, unica, tensione verso grandi ideali. E avevo conosciuto privatamente, sia pure di sfuggita, sia Aldo Moro che Giulio Andreotti.

Davanti a quella Renault rimasi senza parole e fu faticoso scrivere.

 

Passato qualche tempo cercai nuove strade e bussai alla porta di un settimanale che mi era sempre piaciuto molto: L’Espresso. Il direttore mi accolse con molta cordialità. L’assunzione era possibile ma prima dovevo cimentarmi in qualche prova. Mi presentò a Paolo Mieli, allora firma emergente del giornalismo italiano e insieme, con piena sintonia, ideammo, svolgemmo e scrivemmo a quattro mani una inchiesta. Fu un successo. Continuai da sola. Lavorare all’Espresso sembrava un obiettivo raggiunto. E da così giovane.

Ma erano in molti a bussare a quella porta, nomi di grido. Uno vinse sugli altri, su di me. L’assunzione mi scivolò tra le dita.

 

Di lì a poco entrai in RAI, alla Radio per l’Estero. Ma stava nascendo il terzo telegiornale nazionale e il direttore stava cercando giornalisti in gamba: bisognava competere negli ascolti con i giganti che dominavano il piccolo schermo, imporsi all’attenzione di una platea già stabilmente divisa tra il primo canale il secondo, arrivare prima di tutti e stupire. Fui chiamata a far parte della squadra e affrontai per la prima volta nella mia vita il nuovo rapporto con il giornalismo d’immagine, il reportage televisivo. Fu un’avventura entusiasmante.

Dopo un breve periodo in redazione per imparare il funzionamento della macchina televisiva, (i vari passaggi di confezionamento del telegiornale, i tempi incalzanti di realizzazione, le strutture di riferimento, la sala incisioni, il montaggio delle immagini) divenni Inviata Speciale e cominciai ad andare negli altri Paesi.

 

L’Africa per cominciare. L’Etiopia.

In Etiopia, nei pressi di Addis Abeba, con la mia guida

 

Un gigantesco termitaio sull’altipiano etiope

 

 

 

La battitura del grano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ad Harar, importante snodo commerciale a 500 km. a nord-est di Addis Abeba, nella casa del “poeta maledetto” Arthur Rimbaud dove, durante la sua avventurosa vita, soggiornò alcuni anni intorno al 1881 mantenendosi con il traffico di armi, di caffè, di oro. Sul soffitto e sulle pareti i segni, qui invisibili per via del buio, della sua follia di consumatore di chat, un’erba locale con effetto simile alle amfetamine. All’esterno la casa era così. Ora, restaurata, è un museo

E poi, Eritrea, Somalia, Namibia, Sudafrica, i Paesi del Maghreb. Grandi inchieste per aprire nuove porte e posare lo sguardo su realtà in movimento. La Namibia mi era rimasta negli occhi: l’azzurro del cielo, il dorato dei deserti, gli spazi sconfinati e, di notte, le stelle enormi e così vicine da sembrare che sbucassero dal manto blu-nero della notte e parevano caderti addosso. Uno spettacolo che non mi faceva dormire. Ma dovevo occuparmi dei molti fermenti politici e sociali e non erano di poco conto.

Ogni inviato che si rispetti deve essere capace di crearsi dei contatti locali in ogni destinazione per muoversi senza sbagliare e trovare informazioni. A volte è difficile per mille motivi. La Namibia era uno di questi posti, pullulante di servizi segreti e fazioni politiche di vario genere. Stava finalmente uscendo dallo status di colonia dello Stato del Sudafrica per andare verso l’indipendenza e verso la fine dell’apartheid.

 

Partii per Windhoek, la capitale della Namibia. La RAI aveva prenotato per me e per il cameraman un viaggio in normale seconda classe ma una volta arrivati all’aereo si scusarono con noi perché non c’era più posto, cosa strana ma poteva succedere, e ci trasferirono in prima classe. Inclusi  noi due, eravamo cinque persone. Dormimmo comodamente sdraiati tutta la notte del viaggio. Quando stavamo per atterrare, mi accorsi che una delle altre tre persone era il Commissario O.N.U. per la Namibia Martii Ahtisaari, futuro Premio Nobel per la Pace proprio per la sua opera in favore dell’indipendenza della Namibia. Quando il portellone si aprì, un nugolo di telecamere aspettavano Ahtisaari. Scendemmo con lui.

 

Il mio contatto a Windhoek era un giovane e coraggioso avvocato di etnia bianca, tra i principali esponenti della lotta anti-apartheid in Namibia. Ispirato da Nelson Mandela e dalla sua lotta per la creazione di un fronte multirazziale contro l’apartheid, era entrato in politica. Nelle nostre telefonate fra Roma e Windhoek, vista la situazione ancora instabile, avevamo parlato un po’ in codice. Leggermente abbronzato per le lunghe partite a tennis con cui cercava di segnare una vita normale mentre era pedinato dalla polizia segreta, mi presentò la sua fidanzata e mi invitarono a cena. Rimasi a Windhoek una decina di giorni riuscendo ad essere, grazie principalmente a lui, sempre nei posti giusti per cogliere questa storica trasformazione e comprenderla nelle sue pieghe. Tutta la variegata popolazione festeggiava: sfilate per le strade, comizi politici e sindacali, balli e canti. Alla fine, si unirono anche gli Himba, una tribù del nord con una storia molto specifica e restii ad integrarsi. La pelle nuda coperta di polvere rossa trattenuta da un grasso di cui si cospargevano il corpo, le acconciature rituali, il passo da guerrieri, erano uno spettacolo nello spettacolo. Il cameraman cercò di mescolarsi tra di loro per riprenderli da vicino ma non fu facile.  La Namibia era piena di sorprese: seppi di un tratto di spiaggia transennato e guardato a vista da militari armati. Era il punto in cui sulla battigia affioravano diamanti purissimi. Non resistetti alla curiosità e andai ma potei avvicinarmi solo un attimo. Fui subito allontanata.

Le distanze del Paese, scarsissimamente popolato, erano enormi: non ci si poteva spostare in jeep, solo in aereo. Piccoli biposto ultraleggeri, molti residenti se ne erano dotati. Due deserti, oceano, dune, savana e stelle. Una terra magnifica. Tornai a Roma a malincuore: la Namibia non era più una colonia ma una Repubblica e il mio compito era finito. Avevo visto da vicino che il mio contatto era molto popolare, amato dalla gente e ammirato dai politici. Aveva fatto molto per tutti loro. Una mattina in redazione ebbi un colpo: lessi su un’agenzia inglese che era stato assassinato a colpi di pistola, sorpreso in casa. Forse un complotto delle milizie segrete proapartheid. Si chiamava Anton Lubowski.  È diventato un eroe nazionale.

 

 

Un pomeriggio di poche settimane dopo il direttore irruppe in redazione. Non lo aveva mai fatto: «Chi conosce il tedesco?» Il grido era quasi disperato. Nel silenzio sconcertato di tutti, dissi con poca convinzione «Io». Sì, lo conoscevo ma non molto, non così bene come l’inglese e il francese. Non sapevo se potesse essere adeguato alle sue ignote intenzioni. Il direttore mi guardò e urlò: «Parti subito per Berlino!». Non me lo feci dire due volte. Era qualche giorno che lì stava succedendo di tutto: quello che sapevo della lingua tedesca, riflettei, bastava a farmi capire i titoli dei giornali, ascoltare un po’ di televisione, parlare con la gente per strada, capire almeno a grandi linee una conferenza stampa dello Stato Maggiore della Germania Est.

 

 

 

 

 

 

 

Piombai nella capitale tedesca e la trovai in pieno caos. Eravamo in tre: il cameraman, il tecnico del suono ed io. Come primo momento ero senza contatti ma poi trovai tutto. Cominciai da Berlino Est, volevo stare nel punto più delicato del cambiamento: da lì, prima tappa, il Muro. Era tutto sconvolgente ed esaltante. Andai subito al Muro: impossibile passare, una folla esorbitante si ammassava nelle strade e tutta intorno e sopra il simbolo di una divisione odiata. Cercammo comunque di dare l’impressione di tutta quella euforia, quella smania, quella voglia di futuro mentre i Vopos, i famigerati guardiani del Muro, rimanevano impalati a guardare il fallimento della loro funzione. Immobili.

Trascorsi alcuni giorni e alcune notti a riprendere quello che succedeva per le strade, nelle fabbriche, nelle università, nelle famiglie, sia a Berlino Est che a Berlino Ovest.

Davanti al Muro di Berlino appena aperto

 

Una mia amica e collega del TG1 mi telefonò: era entusiasta dei miei reportages, avrebbe voluto esserci anche lei sia pure a titolo personale perché era in vacanza. Le dissi di venire subito, l’avrei portata con me. Era Gianna Radiconcini, una pioniera, la prima giornalista ad essere nominata corrispondente della Rai in una sede estera, Bruxelles. Lei aveva infranto quello che le americane chiamavano the glass ceiling, “il soffitto di vetro”, l’impossibilità per le donne, da tutti taciuta e sottintesa, di arrivare ai massimi di una carriera.

 

Ci ritrovammo a percorrere le vie di questo cambiamento epocale, la fine dei blocchi e della

Guerra Fredda, andammo a diverse conferenze dei dirigenti della ormai morente D.D.R – la Germania Orientale – e nelle chiese dove ancora si radunavano i dissidenti tra i quali emergevano nuovi leader politici. Fu un finale d’anno straordinario.

Sul famoso “ponte delle spie” con la mia assistente Petra Koenig, il ponte simbolo della Guerra Fredda: segnato a metà da una linea che separava il mondo dell’Est e il mondo dell’Ovest, veniva attraversato dalle spie occidentali catturate dai sovietici e dalle spie sovietiche catturate dagli occidentali ogni volta che i due schieramenti patteggiavano una restituzione. Un classico del giornalismo e dell’immaginario dell’epoca.

 

Passate le feste in famiglia, dovetti tornare presto a Berlino. Caduto il velo del silenzio, tutta la Germania Est era da scoprire e da far scoprire ai telespettatori: gli aspetti sociali, economici, culturali, i problemi dell’integrazione con l’ovest, così distante e così agognato. L’aspetto economico e industriale era preponderante. Il Cancelliere federale di allora, Helmut Kohl, stava preparando una soluzione che faceva paura a tutti in Europa: equiparare il piccolo marco dell’est al solido marco dell’ovest. La prima integrazione doveva essere questa: avrebbe portato a tenere sotto controllo tutte le frustrazioni sociali latenti e le derive conseguenti. Alcune erano già evidenti: l’unificazione delle due Germanie aveva portato qualche partito tedesco a parlare di “grande Germania” e qua e là, soprattutto nella parte Est, apparivano violenze di strada dei cosiddetti “naziskin” e adunate e bandiere che si ispiravano al nazismo. Intervistai il rabbino capo della grande Sinagoga di Berlino rimasta a Berlino Est dopo la divisione della città, un simbolo lui e un simbolo la Sinagoga. Era un uomo dolente: le ferite del nazismo, le asprezze del dopoguerra ma anche, ora, con la fine dell’isolamento, l’inizio di una rinascita.

La notte del 3 ottobre 1990 Berlino non dormì e io feci una diretta notturna per il telegiornale in una piazza dove, davanti ad un enorme countdown elettronico, a mezzanotte precisa scattò l’unificazione economica fra le due Germanie: tutto il mondo guardava di nuovo a Berlino e a Berlino erano tutti per le strade di nuovo, come per la caduta del Muro. Anche questa volta molti stappavano bottiglie di champagne e riempivano l’aria di grida di gioia e di cori. L’unificazione economica era un fatto, i tedeschi dell’est non si sentivano più inferiori.

Con la mitica TRABANT, la vetturetta tipica delle famiglie operaie della Germania Est dotata di un semplice motore a scoppio. Il suo acquisto per un figlio veniva programmato e il costo accantonato dai genitori fin dalla nascita. Scomparve nel giro di pochissimi anni dall’Unificazione.

Con Gianna Radiconcini a Roma alla presentazione del mio libro su Gerusalemme, lei con in mano il mio libro e io con il suo, memorie della sua avventurosa vita 

 

Mentre erano ancora in corso tutti gli eventi scatenati dalla caduta del Muro di Berlino, era scoppiata la Prima Guerra del Golfo. Fu chiamata la “prima guerra del villaggio globale”: un imponente schieramento mondiale di forze contro il dittatore iracheno Saddam Hussein che aveva messo sotto sequestro i pozzi petroliferi del Kuwait invadendo il piccolo Stato. Gli Stati Uniti non potevano accettare una simile sfida e la risposta fu massiccia. La parte finale della guerra fu chiamata “Desert Storm”, una serie di operazioni militari con potenza di fuoco eccezionale. Al temine, fine febbraio 1991, rimanevano povertà e devastazione. Emergeva, drammatico e pesante, il dramma dei Palestinesi. Distrutti dalla povertà e dal terrore delle angherie del regime kuwaitiano ostile alle scelte politiche di Yasser Arafat, fuggirono in massa, un vero esodo. Leggendo alcuni studi sulla situazione, decisi di proporre al direttore del Tg di andare a guardare cosa stesse succedendo. Partii. Ero già stata un paio di volte in Israele e le condizioni di vita dei palestinesi mi avevano molto colpito. Gerusalemme divisa e come congelata nell’atmosfera militare di città in guerra nonostante il periodo di pace, la difficile e fredda convivenza non solo fra le religioni principali ma anche fra i mille rivoli di ogni religione, compresa quella ebraica.

Due donne soldato per le vie di Gerusalemme. Di questa presenza parlo in un episodio del mio romanzo su Gerusalemme

 

I palestinesi venivano sospinti in mille modi e ogni giorno di più ai margini della vita sotto gli occhi impotenti del mondo e a dispetto dei trattati. Lo avrei visto meglio quando andai privatamente e con il tempo a disposizione, non mentre stavo lì per conto di una televisione ufficiale.

Scelsi il Libano.

Sul lungomare di Cipro in attesa dell’aereo per Beirut

 

 

 

 

 

 

 

Quindici anni di guerra civile avevano distrutto i libanesi e decimato la popolazione palestinese. Questo popolo mi sembrava un dannato della Terra. All’epoca, dicendo Libano dicevi Siria, cioè la strategia di potenza della minoranza alauita al potere, gli Assad, con l’obiettivo della Grande Siria. Entrai nel campo profughi di Sabra e Chatila.

 

Con i palestinesi nel campo profughi di Sabra e Chatila

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I superstiti del massacro israelo-libanese di anni prima erano ancora nella povertà più assoluta, famiglie numerose assembrate in piccole case malandate che sarebbe meglio definire tuguri, bambini vestiti di stracci ma sorridenti e dolci, appena appena una scuoletta e una piccola sede dell’O.L.P. E i profughi continuavano ad arrivare.

Ma la stessa Beirut, ancora ferita dalla lunga guerra civile fra cristiano-maroniti e musulmani, era impossibilitata ad offrire qualcosa. Di quello che era stato un paradiso (anche fiscale) sulle rive del Mediterraneo era rimasto un desolato ammasso di case sventrate, solo buchi contro il cielo e macerie. E la paura, di chiunque. Serpeggiava nelle strade deserte, bloccava la vita.

Mentre sto scrivendo queste righe, Beirut è scoppiata di nuovo. La pace concordata alla fine della guerra civile è stata un lungo periodo di non pace e di incapacità politica. La corruzione degli apparati e la loro inadeguatezza ad occuparsi del bene comune, l’inflazione da capogiro, tasse e collasso dei servizi pubblici hanno portato la popolazione allo stremo della povertà e alla rivolta contro le ingiustizie. La scintilla: una devastante esplosione al porto che ha raso al suolo quasi mezza città e ha portato i libanesi (tutti uomini o quasi) in piazza e nelle strade, una violenza incontenibile alla quale le forze di polizia hanno risposto brutalmente.

 

La situazione della Beirut di allora mi rimandava continuamente alla Siria e a quel punto andai anche a Damasco, il centro di tutti gli eventi, palesi e nascosti. Passai per le Alture del Golan occupate da Israele nella Guerra dei Sei Giorni per portare a chi seguiva il telegiornale situazioni storico-sociali pressocché sconosciute, attraversai presidi militari e la città fantasma di Quneitra, sfiorai il Monte Hermon di biblica memoria. A Damasco intervistai esponenti ufficiali e non emergeva nulla ma nelle pieghe delle mie esplorazioni avevo saputo di un ricercato del partito ribelle del Kurdistan e ottenni di intervistarlo. Fu dopo il tramonto, un palazzo della periferia damascena, il portone sorvegliato da due guardie armate. Andammo, il cameraman ed io, superata la trepidazione e divenuti imperterriti. Il “terrorista”, pingue e dagli occhi di iena, stava ad aspettarci in una stanzetta minuscola senza finestre al termine di una ripidissima scaletta. Solo una porta aperta e lui seduto dietro una piccola scrivania davanti alla porta: aveva il controllo totale dell’accesso, chiunque avesse voluto attaccarlo sarebbe morto su quella scaletta. Terminammo: portavo a casa un documento storico ma l’utopia di un solo Kurdistan che riuniva quel popolo smembrato è ancora un’utopia.

 

Andai ad una conferenza della Lega Araba a Tunisi. Vidi Yasser Arafat sul podio, parlò dell’Intifada palestinese e del difficile processo di pace al quale stava tenacemente lavorando. A sorpresa arrivò anche Gheddafi: lo vidi all’entrata, ero uscita a prendere un po’ d’aria. Scese da una vecchia Fiat tutta verde, il suo colore come quello dell’Islam, come il suo Libro Verde. Era solo. Non la faceva guidare a nessuno. Non si fidava di nessuno. Non aveva guardie del corpo. L’avevo immaginato più alto. Entrai nella sala con lui per vedere cosa potesse succedere. Nulla. Si fece strada da solo e si sedette sulla prima poltroncina libera.

 

Tornai presto in Germania: ogni volta che partivo non sapevo mai quando sarei tornata. Andavo di città in città ad esplorare la situazione. La strage di Capaci mi sorprese a Berlino. L’opinione pubblica tedesca, sensibile al tema della mafia italiana, ne fu molto colpita e dette grande rilievo alla notizia su tutti i mass media. Proposi al tg di darne conto e al “sì”, davanti ad un’edicola della strada più frequentata di Berlino Ovest, la Ku’damm – abbreviazione corrente della Kurfürstendamm Strasse – mandai a Roma tutte le prime pagine dei giornali tedeschi che trovai con i titoli della strage e la foto di Giovanni Falcone e aggiunsi i resoconti dei tg che avevano parlato dell’assassinio del magistrato, di sua moglie e della scorta. Falcone, per la sua figura integerrima e per la sua indefettibile posizione antimafia, era un personaggio conosciuto e apprezzato e l’eco della sua morte durò a lungo in Germania.

 

Intanto, ripresi a scandagliare la situazione della ex Germania Est, soprattutto l’andamento della trasformazione industriale, cruciale per questo paese definito durante la guerra fredda “gigante economico e nano politico”, sembra dal Segretario di Stato americano Henry Kissinger, ma cercavo anche storie particolari. E me ne capitò una davvero inaspettata. Venni a sapere che il Dalai Lama, la suprema autorità spirituale e allora anche politica del Tibet, si trovava di passaggio in Germania. Eravamo intorno all’anno di uscita del film di Bernardo Bertolucci Piccolo Buddha. L’argomento era di attualità e lo contattai immediatamente. A sorpresa, mi ricevette subito. In una grande villa-monastero circondata di verde e tutta arredata in legno, mi ricevette sul far dell’inverno avvolto solo nella sua tunica amaranto e giallo, braccia completamente scoperte, contornato da altri monaci ugualmente abbigliati. Nel 1989, proprio nella stagione della caduta del Muro di Berlino, aveva ricevuto il Nobel per la Pace per aver sempre affermato che il Tibet avrebbe dovuto godere dell’autonomia dalla Cina senza fare ricorso alla violenza. Il cameraman lo riprese mentre camminava per la grande casa e facevamo una breve passeggiata nel parco sotto un vento gelido. Le sue affermazioni sulla felicità legata alla compassione per gli altri, un caposaldo della pratica buddista, il suo credere nella democrazia, il suo sorriso sempre a fior di labbra, la sua agilità fisica che sbaragliava l’età, furono i componenti principali di quell’intervista che ebbe un notevole successo. Il caporedattore culturale del telegiornale mi disse che aveva avuto tali apprezzamenti che aveva deciso di replicarla.

Davanti alla residenza del Dalai Lama nei pressi di Francoforte con la mia assistente Petra Koenig

 

 

Il lavoro in Germania stava rallentando. Ormai il più era avvenuto e cominciavo ad andarci sempre di meno. Feci una lunga inchiesta sulle ramificazioni della mafia italiana in Germania. La polizia di alcuni Land era sulle tracce di individui sospetti e seguiva dei filoni. Tentati di avere dichiarazioni ufficiali anche se generiche ma mi fu impossibile: solo il Dipartimento Federale poteva rilasciare dichiarazioni e non ve ne erano le condizioni. Però, riuscii a cavarmela ugualmente e misi insieme uno speciale. Anche quello fu molto apprezzato ed ebbe una replica.  Poi, mi venne proposto di fare, quando non ero in viaggio, la rassegna stampa internazionale del telegiornale, un’idea tutta del direttore e allora fummo i primi e anche gli unici ad offrirla ai telespettatori. Da mezzanotte in poi, quando le prime pagine dei quotidiani stranieri erano arrivate, traducevo e leggevo davanti alla telecamera i titoli delle prime pagine dei giornali di vari paesi mostrando quali erano i temi più scottanti nelle varie parti del mondo, seguendone anche gli sviluppi notte dopo notte. A volte si intrecciavano con i fatti italiani.

 

Un giorno il direttore mi propose di tornare in Somalia, Paese in subbuglio dalla morte del generale Mohammed Siad Barre. Lotte intestine minavano la stabilità della zona, la situazione era molto confusa e pericolosa, soprattutto per gli italiani. Riflettei brevemente e poi rifiutai. Seppi che anche per i cameramen c’erano problemi. Una giovane collega arrivata da poco e appassionata di quel Paese accettò di andare. Il cameraman fu trovato alla Rai di Trieste. Erano Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Dalla notizia della loro sparizione al ritrovamento dei due cadaveri passò solo il tempo di una fucilata.

 

Una novità dalla Gran Bretagna e dagli Usa stava spopolando sul piccolo schermo mondiale: il canale all-news, notizie solo notizie senza interruzione 24 ore su 24. La Rai decise di lanciare il proprio canale all-news e cominciò a preparare il futuro RAI NEWS 24. Il nuovo direttore mi chiamò e lasciai il TG3. Mi trovai in un mondo tecnologico molto avanzato, non facevo più l’inviata ma stavo in redazione con incarichi di volta in volta diversi a seconda di come si decideva nella riunione della mattina. L’organizzazione del lavoro era molto diversa da quella del telegiornale: bisognava rispondere alle sollecitazioni di ogni momento, monitorare le varie emittenti televisive occidentali e orientali, estrapolare servizi ed informazioni. 24 ore su 24, da tutto il mondo. Andavo in onda tutti i giorni, un telegiornale dopo l’altro.

Mi fu anche affidata una rubrica settimanale di interviste a personaggi della cultura, della politica, della società, non solo italiani. Prendevo spunto dai libri che venivano pubblicati ma anche dai fatti di cronaca più importanti spesso legati a grosse associazioni internazionali come Greenpeace o Amnesty International.

E c’era un personaggio della nostra cultura su cui avevo messo gli occhi. Una sua creazione letteraria, il Commissario Montalbano, stava riscuotendo un successo enorme non solo nei libri che venivano tradotti in tutto il mondo ma anche nella serie televisiva che la RAI ne aveva tratto e stava mandando in onda sul canale più importante. Ma Andrea Camilleri sembrava irraggiungibile. Sapevo di colleghi di grande nome che avevano tentato inutilmente di ottenere di intervistarlo. Era un periodo, un lungo periodo, in cui viveva completamente ritirato e non accettava contatti con la stampa. Non mi detti per vinta in anticipo e tentai: il mio fax ottenne immediatamente una risposta positiva. Non credevo ai miei occhi. C’era anche un numero di telefono e prendemmo accordi.

 

Camilleri arrivò nello studio di RAINEWS 24 una mattina sul tardi e ne uscì a metà pomeriggio: lo avevo avvertito che lo avrei “sequestrato”. Mi disse che aveva accettato di farsi intervistare da me perché mi conosceva e aveva apprezzato i miei lavori, soprattutto la rassegna della stampa internazionale che avevo condotto per qualche tempo al telegiornale. Fu un momento fantastico. Parlò a lungo della sua amatissima e tormentata Sicilia nella quale ambientava tutti i romanzi di Montalbano, dell’invenzione non solo di Vigata ma anche della lingua tutta particolare parlata dai suoi personaggi e quando gli chiesi come nacque il personaggio del commissario di polizia più famoso del momento mi disse che si era ispirato a suo padre, ispettore di quelle che allora si chiamavano Compagnie Portuali: i tratti bruschi del carattere, la forte etica, il suo essere di poche parole, l’amore per il mare. Salvo Montalbano era un omaggio a suo padre ma era anche un mix: il nome glielo ispirò uno scrittore di gialli molto amato, il catalano Manuel Vázquez Montalbán, creatore del personaggio del detective privato Pepe Carvalho, l’ambientazione e le trame poliziesche erano ispirate da un’altra sua passione, Georges Simenon e il suo Commissario Maigret. Di Simenon aveva grande ammirazione per i suoi romanzi, un lato dello scrittore meno popolare ma che lo aveva vivamente colpito. Il Pepe Carvalho di Montalbán, era anche cuoco e gourmet e il Commissario Salvo Montalbano, che nei romanzi sta pochissimo ai fornelli, gli si avvicinava, però, come buongustaio della cucina siciliana.  Chiesi a Camilleri di leggere il brano in cui Montalbano, che ne va pazzo, si trova finalmente a gustare gli arancini fatti in casa. La accurata e quasi mitica preparazione era conosciuta molto bene da Camilleri perché era la medesima che si svolgeva nella grande casa della sua gioventù. Ci volevano almeno due giorni per fare gli arancini, mi disse. E con un sorriso per i bei ricordi, si prestò volentieri. Mentre leggeva, in piedi sul podio con la telecamera che lo riprendeva, con quella sua voce roca e profonda, mi sembrava di vedere la scena e di gustarli.

 

Mi parlò a lungo anche dei suoi romanzi “storici”, frutto di ricerche appassionate sulla storia della sua Sicilia. Ci teneva molto, erano pezzi del suo ritrovare la terra natia, le sue origini, le sue radici. Mi raccontò che ad esempio, il romanzo “La concessione del telefono”, ambientato nella fine dell’Ottocento, era nato da un foglietto casualmente ritrovato nella ricca biblioteca di suo padre. Mi parlò del suo debito di ammirazione con il genio di Luigi Pirandello e in omaggio ad alcune sue novelle chiamò con il nome di Montelusa, la città immaginaria inventata dall’autore de I giganti della montagna, uno dei luoghi in cui si svolge la vita di Montalbano.

Aveva delle preferenze fra i suoi romanzi “storici” e mi citò Il birraio di Preston ma sopra tutti, Il re di Girgenti, scritto completamente in siciliano, la storia, vera ma romanzata, di un contadino del ‘700 divenuto capopolo e poi re per qualche giorno di Girgenti, l’antico nome di Agrigento.  Da quelle ore insieme, ricavai tre interviste. Un tesoro.

A Roma con la scrittrice Susanna Schimperna durante la presentazione del libro GERUSALLEME al palazzo delle Esposizioni

A Roma, al Fringe Festival, per parlare del mio libro GERUSALEMME-La Verità delle Stelle appena uscito

Con-Susanna-Musetti-Fondatrice-e-Presidente-del-premio-letterario-Citta-di-Sarzana-durante-la-consegna-del-premio

Con-Marisa-Vigo-Presidente-della-Giuria-del-Premio-letterario-Citta-di-Sarzana-durante-la-presentazione-del-mio-libro-GERUSALEMME

Esemplare di “pietra blu”, denominata Skystone dal suo scopritore il geologo, esploratore e scrittore Angelo Pitoni (1924-2009) che la trovò in Africa, nella Sierra Leone, insieme a dei diamanti. Questa pietra dalle caratteristiche scientificamente inspiegabili fu presentata al pubblico italiano nel 1995, in una occasione particolare, insieme ad altri reperti altrettanto singolari. Alcuni anni fa facevo collezione di pietre e mi imbattei in questa. È una rarità della mia collezione di minerali.

La tribù che custodiva un piccolo giacimento di questi reperti narrava che si trattasse di un pezzo di cielo pietrificatosi dopo che venne scagliato sulla Terra da un dio adirato per il “cattivo” comportamento di alcuni angeli e che i diamanti erano le stelle cadute con il cielo.