IV Premio Letterario “Città di Sarzana”

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Libro edito di narrativa 1° classificato ex aequo sezione C

Giovanni Galli

Fra cose, le più segrete”

Nella prima parte dell’opera il mondo rurale, intessuto di minuscoli frammenti di memoria, rievocato attraverso la pregnanza del dialetto piemontese, riemerge dal passato con le sue espressioni colorite, intriso d’immagini corpose e sanguigne, di sudore laborioso e retto sentire, essenza della famiglia patriarcale. Su tutto aleggia il brivido della superstizione con le sue inestirpabili radici.

La lingua dell’Autore è una preziosa commistione di forme arcaiche dialettali e di raffinate espressioni auliche per fini palati letterari ed è pervasa da un’ eccezionale musicalità poetica. Si rinviene anche la capacità di analizzare le poliedriche tipologie umane come dimostra il racconto  La griva (Il passero)in cui l’avaro manifesta i suoi connotati già noti nella letteratura classica da Plauto in poi. Nel protagonista è ben delineata la sua fusione con la “roba”, unica ragione di vita, frammista ad atteggiamenti d’ irriverente disprezzo del divino. Muore per la sua stolta “avaritia”, per l’avidità, come gli aveva predetto un viandante-mendico. Rimangono impresse nella mente anche varie immagini pennellate da calzanti similitudini, come nel racconto In vino veritas: “… segreti remoti gli sgorgavano dalle labbra come mosto da un tino sfondato” e ancora : “… gli entrò nelle narici un odore di terra ancor memore di sole, smorzando l’amara unione di sudore e di stabbio che inevitabilmente s’annidavano nelle sue membra”. Questo  il lirismo connaturato a Galli, diffuso in tutto il testo.

Anche la seconda parte dell’opera, In città, assume, attraverso l’uso magistrale di una penna fluida nello sviluppo del racconto e densa nei concetti estrapolati, un’indiscussa valenza. In primo piano l’attenta e puntuale osservazione di ambienti ed oggetti filtrati dall’occhio di un bambino, un precocissimo scolaro al primo anno delle elementari a cui nulla sfugge e già capace di manifestare sensibilità, spirito critico e i tratti di una formazione educativa e mentale assai rigorosa, inimmaginabile ai giorni nostri. Nel procedere a ritroso nel tempo della sua infanzia Galli propone la sua “recherche du temps perdu”, quando la vita, pur scorrendo tra molte difficoltà, molti limiti e varie pecche pedagogiche, forgiava la personalità del bambino e poneva le fondamenta dell’uomo.

Consigliamo infine, soprattutto ai giovani, un’attenta lettura delle pagine 128 e 129 che condannano la guerra. Dal passato colmo d’ immagini drammatiche e dolorose emerge infatti un vibrante messaggio d’attualità.

Anche quel motto conclusivo “La speranza, ancorché stantia, resta il pane dei poveri”, fatto proprio dall’Autore, continua ad essere sorprendentemente, spudoratamente valido.

Recensione 2016 Prof. Marisa Vigo Presidente di Giuria

 

L’eccellente opera di Giovanni Galli, nella prima sezione “In campagna” da noi maggiormente apprezzata, costituisce un mirabile affresco della società contadina d’un tempo ormai remoto, che suscita nostalgia e rimpianto per un mondo arcaico, fatto di onestà, sacrificio, lavoro e saggezza, quei valori umani e morali autentici e genuini, che sentiamo perduti per sempre.

Ed allora dovremmo recuperarli e valorizzarli, oggi soprattutto, in questa nostra tormentata ed opaca società, dove regnano incontrastati i falsi ed ingannevoli miti del potere e del denaro.

Il quadro campagnolo dipinto dall’autore con straordinaria poeticità, fa rivivere con vivezza e plasticità d’immagini, quella civiltà fondata su azioni e gesti semplici, legati all’amore per la terra, unica fonte di sostentamento.

Lo scrittore descrive, con dovizia di particolari e competenza tecnica, la vita contadina con i suoi ritmi scanditi dalle stagioni, le varie e faticose fasi del lavoro dei campi, gli usi, i costumi, le tradizioni, i proverbi carichi di verità e saggezza, in un linguaggio raffinato ed aulico, inframezzato al dialetto piemontese, che conferisce ai contenuti narrati un’efficace nota di colore.

Vengono piacevolmente illustrati anche gli aspetti più elementari e segreti della cultura contadina, legati ai riti magici, alle superstizioni, alle credenze, come l’esistenza e la presenza del Demonio e delle Masche, streghe con poteri malefici.

Le figure umane della silloge sono incisivamente ed efficacemente rappresentate con le loro miserie e la loro attagliante psicologia, come il cinico e taccagno Magninet de “La griva”, che rimanda al Mazzarò verghiano de “La roba”, o gli attaccabrighe Cinto e Selmin.

I racconti, tiene con orgoglio a precisare Giovanni Galli, sono frutto del suo paziente lavoro di recupero di leggende contadine cuneesi, di fonti orali, perché non ne andasse perduto il valore ed “il calore delle memorie buone”, com’egli stesso scrive, della società arcaica rurale.

A noi pare che vi sia egregiamente riuscito.

Recensione Prof. Ornella Antonucci

 

PRESIDENTE DEL PREMIO LETTERARIO E ASSOCIAZIONE PSPP:  SUSANNA MUSETTI
VICEPRESIDENTE ASSOCIAZIONE PSPP:  GIUSEPPE DI LIDDO